Dimostrare ogni giorno di voler difendere i propri sogni: questo è lo stile di MOMA STUDIOS

moma studios
DA SINISTRA: IVAN, FRANCESCO, SILVIA E PIETRO

Abbiamo intervistato Francesco e Silvia, due ragazzi di Momaacademy , il loro insegnante Ivan SpinellA, direttore artistico e docente della , e Pietro Froiio, direttore MOMA STUDIOS.

Ci hanno raccontato cosa sono le Accademia Moma e Moma Studios. Abbiamo parlato di cosa significa vivere danzando e danzare per vivere. Dove c’è danza c’è determinazione, sacrificio, sudore e un’irrefrenabile passione.

Le loro parole mi hanno messo una carica esagerata. Mi sono venuti in mente quei film che vedi da adolescente, un po’ quelle robe in cui tutti alla fine realizzano i loro sogni, in cui sai bene che la realtà è ben diversa ma un po’ ci speri che la vita vada esattamente nella direzione giusta.

I ragazzi del Momacademy sono la vita vera. Dimostrano ogni giorno di voler difendere i loro sogni, senza credere nel destino o in una botta di culo. I risultati si raggiungono solo con il lavoro, l’impegno e la dedizione.

Perché hai scelto Francesco e Silvia per l’intervista?

Ivan: Ho scelto loro due perché sono entrambi del terzo anno ma sono due allievi completamente diversi. Lei è arrivata tramite il virale, quindi ha scelto di venire in accademia tramite audizione, per entrare qui, invece Francesco è stato scelto tramite un workshop giù in Sicilia a cui lui ha partecipato, l’ho notato perché spiccava fra gli altri e l’ho voluto qui in Momacademy tramite borsa di studio.

Come hai scoperto la danza? 

Francesco: Mia madre seguiva corsi di danza caraibica e per puro caso mi ha portato con lei per provare, così ho iniziato a farle da partner, scoprendo un mondo totalmente diverso da quello che vivo adesso. Da lì mi sono approcciato alla danza, ho iniziato a studiare in una scuoletta di provincia, facevo contemporaneo e qualche lezioncina di hip hop. Poi ho cominciato a capire che lo street urban era quello che volevo fare. Un giorno mi è arrivata voce di questo workshop tenuto da Ivan e dopo aver vinto la borsa di studio a 17 anni dovevo scegliere se salire su quel treno e mollare tutto, la scuola, gli amici, la famiglia. Allora lì mi sono fermato e mi sono chiesto «ma io davvero cosa voglio fare?» e ho deciso di partire per Milano. Ero piccolo è stato difficile, ero molto spaventato da questa scelta. Una volta arrivato qui è stata solo questione di iniziare, più andavo avanti e più capivo che questa è stata la scelta giusta. Ho subito capito che il Moma mi stava aiutando. Qui dentro ho sempre preso una persona come esempio, Ivan, perché è stato lui a trascinarmi qui, a scommettere in me e ha visto qualcosa che gli altri non vedevano. Infatti quando ero giù in Sicilia, nessuno ha mai creduto in me, solo la mia famiglia.

Silvia come sei arrivata in Moma? 

Silvia: Io ho scoperto Moma per caso. Anche io ho iniziato danza a livello provinciale. Poi dopo aver finito il liceo, ho iniziato un percorso universitario ma non ero felice, perché dentro di me volevo che la mia professione fosse la danza. Quindi fare di quello che amo un lavoro. I miei genitori dopo poco se ne sono accorti, stavo male e non ero felice. Mi chiesero «Silvia tu vuoi ballare nella vita? E allora vai!». Così ho iniziato a fare le mia ricerche su internet e il primo risultato è stato Momacademy, senza pensarci troppo mi sono iscritta all’audizione. Quando ho ricevuto la chiamata che mi diceva che ero stata presa, mi si è aperto un mondo e da Genova sono partita per Milano. Anche per me ha significato mollare tutto, amici, famiglia e un fratello che sta attraversando l’adolescenza e mi sarebbe piaciuto stargli vicino, mi dispiace non vederlo crescere. È stato difficile ma se tornassi indietro rifarei tutto.

Come hai iniziato a studiare danza? 

Silvia: Io per puro caso. Passando da una piazza ho visto dei ragazzi che facevano breaking, quindi con la break dance, ma poi mi sono resa conto che non era totalmente la mia disciplina. Ho fatto un percorso hip hop, fino a quando non sono arrivata qua, dove ho trovato tante discipline da arricchire il mio bagaglio. Adesso posso dire che questa è un’esperienza che ti cambia la vita. Non solo come ballerino ma anche come persona, ti mette davanti tante prove, tante sfide. Ti rende una persona responsabile, matura, educata, insegna a stare in mezzo alle persone, quindi ti completa a da tutti i punti di vista. Poi i sacrifici sono tanti ma vengono tutti ripagati, nella vita, nella danza, nelle amicizie, nella famiglia.

Come vi vedete fra vent’anni? 

Francesco: Naturalmente come un ballerino professionista.

Silvia: Anche io e ci stiamo già riuscendo.

Ivan: Una cosa importante da sapere di Silvia è che lei è entrata come allieva ma adesso è parte del corpo docenti dell’accademia. Insegna popping, ai ragazzi di pre accademia, anche al primo anno del Momacademy.

Silvia: Questa per me è una grande responsabilità e non posso che essere orgogliosa di questo traguardo.

Come nasce questa scuola e perché indirizzarla verso lo stile Urban? 

Pietro: Allora Moma Studios e Momacademy sono due cose un po’ diverse. In primis nasce Moma Studios. Sono venticinque anni che faccio questo lavoro, sono stato otto anni in Francia e quando sono tornato ho trovato questa occasione. Quella che tu vedi oggi prima era una piccola palestrina, io l’ho rilevata trasformata tutta e ho iniziato a lavorare tutti i giorni, dal mattino alla sera. È quello il segreto, nient’altro, solo tanto lavoro! Mi sono affiancato a tanti professionisti, io qui dentro sono un po’ il regista perché da soli non si va mai da nessuna parte. Moma Studios è una scuola di danza a tutti gli effetti, non è Urban, si fa il classico il contemporaneo, il tango, pilates, tutto. Io arrivavo da un mio percorso più Urban e quello che io volevo e non ho mai trovato quando ho iniziato, era un posto dove studiare solo quello. Venticinque anni fa facevo due lezioni in una scuola, altre tre da un’altra parte e così via. Momacademy racchiude un percorso che era quello che sognavo io, cioè tutte le materie hip hop insieme. Volevo dare la possibilità ai giovani di trovare tutto qua dentro, senza fare mille lezioni in mille posti diversi. Adesso Moma Studios è anche una linea di abbigliamento e organizzazione di eventi. All’inizio dopo tre quattro anni, ho conosciuto Ivan, l’ho chiamato e ha iniziato a insegnare qui, poi c’è stata una riunione in cui gli ho proposto di prendere in mano la direzione artistica di quella che era l’accademia.

Quali opportunità offre il Momacademy una volta terminati i tre anni? 

Pietro: Quando noi facciamo le audizioni e scegliamo i ragazzi i genitori spesso ci chiedono «ma poi alla fine cosa succede?». Io rispondo che accade esattamente quello che tu vuoi che succeda. Se tu vai alla Bocconi alla fine cosa succede? Se tu studi strabene e ti apri mille porte allora può essere che ci sarà un futuro per te in quel mondo, la stessa cosa vale qua. Qui non abbiamo palle di vetro per vedere il futuro, possiamo solo darti i mezzi per arrivare ma sei tu che devi farlo.

Ivan: Noi buttiamo le basi e perché no, li seguiamo anche quando l’accademia è finita.

Con Francesco per esempio abbiamo dei progetti. Lui essendo molto più giovane di loro (ha solo 19 anni), ha altre possibilità. Adesso lo sto portando in compagnia con me. Abbiamo una compagnia di solo ragazzi e lui è un perno fondamentale nel gruppo. Oltre ad altri lavori di agenzia che ha già nel cv. Quest’anno ha fatto parte di un’aggiunta corpo di ballo di X Factor, video musicali, convention, programmi tv. Si sono esibiti in diretta durante la prima serata, su Rai 1. Per me e per noi come struttura è fondamentale contribuire al loro futuro, aiutandoli nelle loro esperienze.

Questo percorso è un triennio, dove la struttura e ad altri docenti di alto livello cerca di formattare e creare il “ballerino moderno” cioè il ballerino poliedrico, con un bagaglio tecnico e culturale formato, non dico a 360° ma vogliamo puntare proprio a quello.

Moma Studios
Il corpo ballerini uomini

Perché la scelta di una compagnia di solo uomini? 

Ivan: È partita da me. Un giorno mi sono trovato in sala a montare con soli uomini, di lì è nato un pezzo, allora mi sono detto perché non continuare questo lavoro?, senza troppe aspettative abbiamo continuato a vederci e produrre. Forse chiamarla compagnia è un po’ prematuro ma stiamo lavorando per mettere in scena questa creazione coreografica che metterà al centro l’uomo e l’essere un gruppo. Vorrei raccontare le esperienze maschili, dall’uomo primordiale fino ad arrivare a quello futuristico quindi al cyborg. United è un lavoro molto carnale e fisico, sicuramente non mancherà il sudore in scena. Si racconteranno diverse visioni del maschio, anche la figura omosessuale.

Come l’hanno interpretato questo progetto le donne dell’accademia? 

Mi danno del maschilista, che non sono per niente. Con altri di questi lavori abbiamo vinto diversi premi nei concorsi a cui abbiamo partecipato e la stessa Milly Carlucci ci ha voluti ospiti nella sua trasmissione. Qua i progetti non mancano e anche il lavoro. Loro iniziano la mattina e finiscono la sera, pranzano qui e cenano qui. Spesso tiriamo avanti fino all’1 di notte per provare.

Cosa pensi dello scenario italiano in cui si colloca la danza? Tanti fuggono dal nostro paese, è giusto secondo te? 

Ivan: I ballerini italiani in Europa sono visti molto bene. Io sono stato anche negli Stati Uniti, ho vissuto a Parigi a New York e devo dire che noi siamo molto apprezzati all’estero, sia dal punto di vista artistico che personale. Fuori si hanno molte più possibilità di lavoro. Siamo in netto ritardo rispetto al resto d’Europa, c’è però da aggiungere che l’Italia sforna ottimi talenti.

Cosa pensi dei talent show? 

Pietro: Se parliamo di talent tipo Amici o Dance Dance Dance penso due cose. Che sono positivi perché portano la danza sui principali media, ma anche che dovrebbero far passare di più il messaggio che non è così facile fare il ballerino, significa una vita di sacrifici. Non esistono serate per te, giornate per te o weekend per te.

Quale consiglio dareste a tutti quelli che vogliono fare della danza il proprio mestiere? 

Pietro: Oltre a quello di studiare sempre, auguro a tutti di trovare la propria strada che sia sul palco o fare l’insegnante, auguro sempre a tutti di trovare il loro posto in cui si sentono bene. Magari tramite lo studio del proprio corpo capire che questo non è il posto adatto a loro, però almeno farlo con consapevolezza.

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