The fucking mad world of Amy Winehouse

Ho guardato il documentario Amy – The Girl Behind the Name, fatto mille ricerche sul web, su riviste varie, sulla moda, sulla musica e sulla sua vita privata prima di farmi venire in mente un’idea sulla quale poter scrivere e soprattutto diversa a dalle solite futili notizie.

Amy Winehouse icona di stile, Amy Winehouse cantava musica jazz, Amy Winehouse è stata uccisa dal quel tossico dell’ex marito, Amy Winehouse e le cose che non sapevate, Amy Winehouse e il padre che abusava del suo successo, Amy Winehouse e il giorno della sua morte. Amy e ancora Amy e mille noiosissimi pezzi.

Il mio pensiero è stato: «Oh, fucking world!»

E poi mi dico:«Si, fanculo al mondo!»

Parliamo di quante volte Amy ha pronunciato questo liberatorio fanculo per il suo mondo, per una vita che non voleva, per tutti quei concerti che è stata costretta a fare, anche in condizioni pessime, pur di essere portata su un fottuto palcoscenico, e alla sua vita totalmente eccessiva e per questo autodistruttiva.

Tutto era completamente eccessivo. I suoi capelli, i suoi outfits, il suo comportamento, il suo amore per il marito, il sentimento d’affetto per il padre, quell’odio profondo per il palco, il rapporto malato con il cibo, la quantità di alcol che ingeriva e la somma di doghe che si calava giù puntualmente.
Persino la sua veridicità era eccessiva.

E si sa, quando qualcuno muore, si cerca sempre di colpevolizzare qualcun altro per potersene forse fare una ragione più velocemente. Perciò, prima c’è passato il marito, poi il padre che la obbligava ad esibirsi, poi i manager che non si curavano del suo stato di salute e infine il sistema troppo frenetico e crudele.

Ma se l’unica verità a riguardo fosse che Amy Winehouse sapeva più che bene a cosa stesse andando incontro e che evidentemente non voleva poi essere salvata da nessuno? Lei voleva potersi distruggere, sprofondare, scomparire…

Voleva che la sua morte fosse lenta per poterne sentire ogni singolo respiro che le si spezzava in gola, ogni singolo sapore, ogni singolo vuoto nello stomaco, ogni singolo soffio al cuore e ogni singolo cedimento mentale e fisico.

La morte Amy se l’è voluta godere, sapendo che stava andando nella direzione giusta. Forse non poteva immaginare che quella notte sarebbe stata l’ultima o forse si era sdraiata consapevole del fatto che il suo cuore si sarebbe fermato da un momento all’altro.

Aveva esattamente ottenuto tutto quello che non avrebbe mai voluto ottenere, la fama, un amore malato, un padre egoista, un mondo attorno ad un sistema troppo difficile da gestire per una ragazzina di 20 anni, decisamente troppo debole e fuori di testa, come lei stessa si definisce.

E allora smettiamola una volta per tutte con il far chiedere scusa a Blake, che sicuramente non era uno stinco di santo, ma nemmeno uno che l’ha costretta a commettere degli atti dei quali lei non fosse totalmente responsabile. Smettiamola di aggrapparci a qualsiasi cosa possa fornire una giustificazione per la sua morte.

Che poi, per quanto si fosse mostrata grande e piccola allo stesso tempo, rimaneva pur sempre una giovane donna con l’eyeliner sbavato dal pianto e le domande sul perché il ciclo non arrivasse, o sul perché non rimanesse incinta, fatte sottovoce solamente a chi si fidava.

Forse, dopo tutto e dopo tanti anni, questo dovrebbe rimanerci.

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