Lovers, Loners o Losers? Abbiamo intervistato i We Are Waves

Torinesi ma non si direbbe, perché  i We Are Waves con il loro modo di cantare e di stare sul palco sono perfetti per un pubblico internazionale.

Da poco è uscito HOLD, il primo album interamente prodotto dalla band dal punto di vista artistico. Le dieci tracce del disco raffigurano un dipinto con linee elettroniche molto marcate ma all’altra impressionano per la loro componente sperimentale persi tra riff di chitarra e suoni synth.  Diversi universi musicali su onde originali da poter solcare semplicemente alzando il volume delle cuffie. Li abbiamo intervistati in uno strano pomeriggio primaverile.

 Ciao ragazzi. Partiamo subito dal titolo del vostro nuovo album, HOLD: cosa c’è dietro questo verbo?

Direi un’esigenza molto precisa, quella di tenersi addosso una certa idea di bellezza, di poesia se vuoi, nonostante le continue disillusioni che la vita che riserva. Aggiungici pure una buona dose di casini personali capitati un po’ a tutti noi durante il 2017 che gli hanno dato una connotazione più autobiografica, una roba del tipo “teniamo duro”.

Il disco precedente, Promises, era incentrato sul difficile ingresso nella vita adulta. HOLD fa invece un passo in avanti dal punto di vista dei temi trattati, come per dire “ok, ora siamo diventati grandi e abbiamo da dire cose nuove”. Possiamo definire i vostri lavori diversi capitoli di un’”autobiografia musicale”?

Mi sa che ci hai preso…peschiamo molto dalle nostre vite, ci piace considerare i nostri dischi come diversi capitoli di un piccolo romanzo personale. Che poi sono le stesse storie di tanti altri, è anche quello il bello. Che tutti possono riconoscersi in certe situazioni.

Leggendo la tracklist, non poteva non catturarmi “Maracaibo”: com’è nata?

E’ sicuramente il pezzo con l’origine più particolare. E’ nata per gioco alle fine delle lavorazioni di Promises, e già allora era stata battezzata scherzosamente “Maracaibo” per via dei timbales nel finale, che fanno molto caraibi in effetti. Era una roba assolutamente fuori dal nostro immaginario solito, ma col tempo ci siamo affezionati ed è rimasta durante tutte le selezioni dei provini. Avevamo molti dubbi sul titolo e ci siamo scervellati a trovarne mille altri, ma nessuno ci convinceva appieno. Per cui abbiamo deciso di fregarcene e lasciarla così, inserendo citazioni e campionamenti del brano di Lu Colombo che tutti ben conosciamo.

Il disco è il primo che avete prodotto interamente voi: come sono andate le varie fasi di lavorazione dell’album?

E’ stato un lavoro molto lungo e complesso, dove abbiamo imparato molte cose, in primis a cimentarci come produttori. Abbiamo imparato tanto, soprattutto che è una cosa estremamente faticosa!

Suoni decisamente meno cupi, senza dubbio, ma sempre coi piedi ben piantati negli anni ‘80. Ci raccontate questo cambiamento? Solo una questione di ‘crescita’?

Credo si tratti di un’evoluzione abbastanza naturale. Arriva un momento in cui una certa “scurezza” la vivi più come una zona di comfort in cui è comodo adagiarsi piuttosto che un reale stato emotivo. E in questo disco volevamo essere sinceri, metterci la faccia. Quindi abbiamo osato e abbiamo messo i piedi fuori dal “dark side of the moon”. Vediamo se resistiamo alla luce o se ritorneremo urlanti verso le nostre tane…

Ora partirà il tour e toccherà anche località estere, come molte delle vostre date. Che differenza c’è tra suonare qui in Italia e altrove?

Tendenzialmente il pubblico estero parte molto meno prevenuto nei tuoi confronti. Sono curiosi di vedere una band italiana che suona un genere come quello che facciamo, è una cosa che non si aspettano. Gli interessa ben poco quanto tu sia cool e quanto hype giri intorno al nome, si godono semplicemente la musica.

Ultimo appello: tre aggettivi per definire HOLD.

Direi empatico, sincero…e basta, il terzo ditecelo voi!

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