The Fluid Issue – 1 persona, 8 Personaggi. #2 Samuel Serafin a.k.a. Tommy Claps

The Fluid Issue - 1 persona, 8 Personaggi. #1 Samuel Serafin a.k.a. Tommy Claps

Quando i genitori litigavano con suo fratello, che fumava e faceva le impennate, Tommy Claps, d’istinto, avrebbe dato ragione ai genitori. Quando gli insegnanti sgridavano un compagno che aveva lanciato tra i banchi molliche impastate di saliva, se non fosse stato per la paura delle rappresaglie, lui avrebbe annuito solennemente.

Ma il protagonista di un film che gli era piaciuto molto aveva detto: “Le donne si sposano con gli avvocati, poi vanno a letto con i teppisti”. Tommy aveva provato a rubare una bottiglia di gin al Simply ed era stato beccato, a fumare una canna ed aveva vomitato, allora si era tinto i capelli di rosso.

Dopo la maturità, a una festa estiva, una ragazza col piercing sulla lingua gli ha detto che le ricordava David Bowie ai tempi Ziggy Stardust, e gli ha dato un bacio a stampo sulle labbra. Tommy si è comprato una chitarra Gibson SG Standard T colore Cherry Burst. Le corde gli tagliavano i polpastrelli, le mani non gli rispondevano più del suo pisello, che appena sveglio stava dritto chissà perché e nelle situazioni più rare e sbagliate si ritraeva. Si esercitava con i tutorial di Youtube su La canzone del sole o Sleep Walk. Imparare a bloccare tutte e sei le corde col solo indice, il così detto barrè, ha occupato le sue notti per l’intero autunno. È riuscito a beccare il primo Fa maggiore decente soltanto il giorno di Natale. E da solo si annoiava a morte. Ha coinvolto gli ex compagni dell’istituto geometri con cui era rimasto in contatto, quelli che durante le lezioni di ginnastica sull’atletica leggera avevano scelto come lui la marcia. Uno era un discreto batterista, gli altri due strimpellavano il basso, entrambi. “Saremo diversi da tutti gli altri” ha detto Tommy, nella sala di uno studio di registrazione di San Fruttuoso. Lui sarebbe stato il front man.

I primi due anni dell’università hanno ammonticchiato un repertorio che partiva dai Beatles e arrivava agli One Direction, un corpo musicale bello compattato attorno alla solida spina dorsale del giro di Do. I due bassi, spesso non proprio sincronizzati, creavano una specie di goffo borbottio di sottofondo. “La nostra voce unica” diceva Tommy. Ci dedicava tanto di quel tempo, alla musica, ripeteva così spesso che era la sua vita, che si scordò che il motivo originario del suo impegno era trasformare in lingue i baci a stampo. “Diventerò un grande cantante”, si diceva adesso.

Finalmente, un amico che gestiva un bar con un piccolo palco a Cinisello Balsamo, li chiamò per un’esibizione. Avrebbero aperto con i Sex Pistols. Erano appena arrivati alla seconda strofa della loro versione di God save the Queen, una versione un po’ addolcita, certo, quando uno dei dieci spettatori, che mangiavano arachidi al bancone, sbadigliò. Il pezzo non era neanche finito che una donna prese a gridare contro il gestore perché nel suo spritz c’era troppa soda, porca troia. Tommy camuffò la sua crisi di pianto in un grido e spaccò l’asta del microfono contro il muro.

Il problema è che non avevano abbastanza tempo per provare come si deve, non avevano i soldi per comprarsi una strumentazione davvero cazzuta.

Suo padre era andato in pensione, lui doveva laurearsi in fretta, diventare ingegnere e attaccare a far soldi. Il problema è che erano nati nella merdosissima Italia. Avessero potuto viaggiare avrebbero sfondato a Londra, o in California, o chissà. Poi tutte quelle ragazze che continuavano a tirarlo scemo anche solo per farsi offrire una birra sarebbero tornate, loro, cariche di barili di pale ale e di ormoni. Ma tutto questo non sarebbe mai successo, perché era sfortunato.

Mentre il padre, adesso, poteva concentrarsi sulle sue due passioni. Grigliare salsicce nel loro giardinetto e giocare al Superenalotto nel tabacchi del cugino che si ricordava le formazioni del Cagliari dall’era Gigi Riva. Non era andato in pensione da neanche un mese, quando ha vinto il famoso jackpot da sei milioni. Dopo averlo saputo, se n’è tornato a casa schiacciando il clacson, ha divelto i tergicristalli ed è entrato in corridoio agitandoli come due spade da samurai. “Ora puoi fare tutto quello che vuoi” ha detto a Tommy, la stessa sera, tra le lacrime.

Tommy avrebbe voluto cavargli quegli occhi bagnaticci con le sue dita. Si ricordò di quando aveva sognato di rimanere nudo in cassa al supermercato. Adesso provava la stessa orribile vergogna, si sentiva scoperto. Si trascinò qualche giorno in sala prove, svuotato della bile frizzante dei sogni irrealizzabili. Invece di cantare, in pratica, mugugnava.

Finché, un bel giorno, nell’afferrare una bottiglia di birra, il suo pollice non fece crick. Controllò su Google: poteva essere il primo sintomo di un’artrosi precoce. Le cartilagini delle sue mani potevano logorarsi fino a compromettere la mobilità articolare. Anche se molto difficilmente questo era il suo caso, dal momento che non aveva nemmeno compiuto venticinque anni, cominciò a dire, prima alla band, poi al resto del mondo, che era vittima di un brutto scherzo del destino, proprio adesso che tutto s’era messo per il meglio. L’artrosi gli impediva di suonare, di andarsene a Londra, ecc. Per rendere la sua tragedia ancora più toccante, si portava comunque in giro la sua chitarra Gibson SG Standard T colore Cherry Burst, tenendola come una pochette, lasciando la presa a intervalli regolari e provocando dei commoventi tonfi sul pavimento. Le ragazze si chinavano e gli restituivano lo strumento. “Ce la fai?” gli chiedevano. “Devo farcela. Per ricordarmi chi sono” rispondeva lui.

Qui la prima trasformazione di Samuel Serafin a.k.a. Leo

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