Toni Thorimbert – “Ancora oggi mi sento come quel ragazzino che ho fotografato a 16 anni”

La verità? La verità è che io ogni tanto penso al giorno in cui morirà Toni. Perché quando morirà sarà morto un grandissimo. Un gigante. Un maestro. Io ho visto gente piangere davanti a frasi sferzate da quella voce di gola che ha. Io ho visto gente prendersi male prima di parlare con Toni, usare cautele, rispetti eccessivi, come si usano con l’autorità, come si usano con un padre di cui hai timore.

Toni ha questo potere qui: ti mette in crisi, perché ti scava. Perché guarda. Toni guarda. Non hai molti stratagemmi da usare se sei davanti a lui. Niente inganni. Infatti la scena che preferisco è questa qui. Gli portiamo in studio Leone di Lernia. Toni manco sapeva chi fosse Leone di Lernia. Leone di Lernia idem, non sapeva chi fosse Toni. Non sapeva di trovarsi di fronte a uno dei più grandi fotografi italiani. Però quando lo vede gli fa: aaaahh ma io t’ho già visto a te. Toni si avvicina e nella sua espressione si legge la frase: ah forse mi hai riconosciuto. Leone di Lernia gli si fa ancora più vicino, per vederlo meglio, e urla: tu sei quello che vendeva il culo in piazzale Loreto… Noi ammutoliti: che cazzo fa Leone di Lernia, come fa a scherzare pure con Toni. E Toni? Toni risponde: nooo io battevo in Centrale. E giù a ridere.

Perché Toni si è sicuramente abituato a tutto quel rispetto che lo circonda ma è uno che se la sa cavare anche quando non c’è. Perché arriva dalla periferia di Milano, dalla strada, perché ha sofferto, è stato male, malissimo, toccava il buio la notte e la mattina dopo lavorava con la luce. Può andare a cena (e fotografare) la peggiore feccia della società e può andare a cena (e fotografare) l’intellettuale più snob in circolazione. E si troverebbe bene in entrambe le occasioni.

Una volta mi ha raccontato che in un periodo della sua vita faceva tardi, notti difficili e risvegli pesanti. Doveva essere sul set alle 10, ma usciva di casa alle 2 di pomeriggio. «Mentre col mio motorino andavo verso lo studio dove mi aspettavano truccatori, parrucchieri, photoeditor, stylist, modelle e modelli, ero preso da mille dubbi, avevo sensi di colpa infiniti. Però davanti avevo due strade: al mio arrivo o mi scusavo ed entravo a testa bassa o me ne fottevo, della serie: tanto senza di me non si fa il lavoro. E sceglievo sempre la seconda. Passavo da presuntuoso, ma dentro di me vivevo un conflitto».

Dalla sua aveva (e ha) il livello di qualità: elevatissimo. Una pierre, poco tempo fa, ha assistito a questa scena. Una responsabile marketing di un’azienda di moda, giovane, tutta seria e impostata da schedule su Excel, chiede a Toni: Toni che tipo di foto vuole fare per la nostra campagna? Toni si guarda in giro, e dice: che foto intendo fare… guarda, io sono uno dei più grandi fotografi, non saprei dirtelo che foto voglio fare, le mie foto parlano, non io. Io non ho pensato: ma guarda questo come si permette. No, ho pensato: anch’io voglio cominciare a rispondere così.

Fanculo, la mediocrità è parte integrante delle nostre vite, le responsabili di marketing che in finti tailleur credono di aver capito tutto ci inondano dei loro squittii, Fedez è un guru, e io mi devo confondere a voi? Tempo fa lo intervistai proprio per Urban, un’intervista che tirerò fuori proprio il giorno in cui morirà (se morirà prima lui, ovvio). C’è una cosa che ha detto che mi torna in mente spesso. È questa: «Ancora oggi mi sento come quel ragazzino che ho fotografato a 16 anni, perché quel ragazzino in realtà sono proprio io, con quella faccia da schiaffi e quella presunzione di farcela nonostante non sia fatto per farcela». C’è tutto qua, cazzo. È tutto in questa frase e quella frase è una foto. Non è strafottenza. È che proprio non serve dire altro.

 

 

photo GIORGIO SERINELLI

grooming MARCELLA RAMUNDO @PRO*LAB ACADEMY

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