Alessandro Enriquez / diventare grande con la faccia di un ragazzino

ritratto Alessandro Enriquez

«Tutto ebbe inizio da un libro. La versione narrata delle mie passioni e il punto di vista globale di professionisti nel settore moda, food, lifestyle, musica e architettura. Il numero 10 era sempre stato centrale nei testi e quando per gioco ho creato la mia prima collezione ho ripreso il nome stesso del libro che avevo realizzato e ho giocato con l’italianità che raccontavo, rivestendo capi e accessori con stampe all over». Alessandro Enriquez, siciliano con origini tunisine, francesi e spagnole, è un designer e un influencer tra i più conosciuti a Milano (e sicuramente tra i più ironici e simpatici).

Prima del libro?

Disegnavo per Costume National che non è stato il mio primo lavoro nel settore, ma è stato poi quello che mi ha formato.

Minimalismo e cultura pop

Ho da sempre sviluppato un’attitude al pop e una voglia di esprimermi in maniera più ironica e colorata, facendo, anche per lo stesso Costume National, brand minimalista, delle ricerche d’ispirazione forti, lavorando con riferimenti molto importanti quali Franco Moschino, Elio Fiorucci e Gianni Versace, che poi rappresentavano anche il mio stesso stile, centrato sui colori, sul vintage che hanno poi plasmato la mia creatività e il mio dna.

La tua formazione prima di Costume?

Lavoravo come freelance. Mi sono laureato in Lettere o fatto degli studi in Spagna nella facoltà di Storia dell’Arte. Successivamente ho seguito un master di fashion design alla Saint Martins e poi a Milano, alla Marangoni. La prestigiosità degli istituti chiaramente ha acceso la lampadina su di me.

Quindi avevi già un’idea di quello che volevi fare?

Ho scelto Lettere perché era la facoltà più vicina ai miei interessi ma non avevo idea di cosa volessi fare. Mi piaceva la moda ed essa aveva delle materie più consone legate alla storia del costume.

La tua popolarità è dovuta a quale tua collezione?

Merito della collezione con la pasta. Con quella ho fatto bingo, presentandola prima del tema dell’Expo sul cibo, con un’attenzione importante da parte dei buyer e un ottimo riscontro all’estero. Quale racconto più bello se non quello dell’Italia nella sua semplicità e nei glam più facili e riconoscibili?

Tu hai due facce, lavorativamente parlando.

Ho sempre lavorato sulla creatività e sulla mia parte stilistica, ma ho anche sempre lavorato nell’editoria, collaborando con giornali, scrivendo libri e svolgendo shooting. L’una ha fatto da supporto all’altra. Infatti ogni collezione era come se fosse un capitolo di un libro in chiave customizzata e ironica.

Vita da blogger?

È un mio neo. È piacevole fare quel tipo di vita, meno stancante della mia di oggi, ma troppo distante da me. Mi sarei pentito se avessi rinunciato a fare la vita che faccio tra chiusure di giornali e progettazioni delle collezioni, mi sarebbero mancate. Non ho mai avuto un blog e non ho mai lavorato come blogger. Ho sempre avuto delle collaborazioni iniziate quando i blogger erano ancora molto pacati e calmi e la loro professione era molto tranquilla. Lavorare con i giornali a cavallo con la loro digitalizzazione mi ha portato del traffico e dell’interesse.

Vita da giornalista?

Ho sempre saputo che potevo portare ai giornali argomenti molto interessanti che poi hanno fatto si che si creasse un mio profilo al loro interno che avesse un dna ben preciso.

Cosa pensi che comunichi la tua immagine all’esterno?

Penso che le persone da un lato mi vedano come un’esplosione di creatività e dall’altro si chiedano perché non abbia mai preso una direzione precisa, o solo quella del design o quella dei giornali.

E tu?

Sono strafottente, ne faccio a meno di intraprendere una strada unica.

Perché hai mantenuto aperte le due strade?

Per non annoiarmi. Da sempre mi annoio, ho bisogno di stare a contatto con diversi mondi, se da un lato quella del designer è la professione numero 1, a cascata arrivano poi tutte le altre. Sono impegni e soddisfazioni differenti.

 

Il dna di Alessandro?

Sono Peter Pan ed è una cosa reale. Ho la fortuna di diventare grande ma di mantenere la faccia da ragazzino, che mi agevola in questa mia sindrome. Oggi direi che ho l’allegria di un ragazzino e le responsabilità dettate dall’età che avanza. Forse un Peter Pan che vola più basso.

E personalmente cos’è maturato in te?

La mia vita privata è abbastanza semplice. Ho un’adorazione per la mia famiglia che viene al primo posto e che si manifesta con la mia presenza anche a distanza. Sfioro anche le 10 chiamate al giorno.

Cosa pensi che ti manchi?

Il tempo. Perché quando lavori per te stesso il tempo non basta mai. Dovrei spegnere l’interruttore ogni tanto.

Nei momenti off?

Le serie tv di Netflix mi tengono compagnia.

La collezione alla quale ti senti più vicino personalmente?

Quella della pasta ha segnato l’Alessandro di ora, ma c’è stata anche quella centrata sull’amore inteso come racconto, dal primo bacio fino al tradimento, una storia comunissima.

Perché?

Era molto completa e io ero molto sereno in quel periodo nonostante facessi molte più cose.

Le tue radici?

Mi sento un italiano a metà. Sono nato in Italia e sono italiano, ma sento fortemente l’influenza della cultura di mio padre, divisa tra Tunisia, Francia e Spagna. Quando vado in Tunisia e in Spagna amo respirare quelle culture e le sento mie, fanno parte dei miei ricordi da bambino. La Tunisia è esattamente lo specchio che ricordi di mio padre.

Nelle collezioni però racconti l’Italia

Racconto la mia Italia, fatta di riferimenti misti e di una crescita avvenuta per merito di tante colonizzazioni. È un Italia cosmopolita.

Credi alla fortuna?

Ci credo e credo che ognuno sia artefice del proprio destino. Ma non credo alla sfortuna.

Cosa ti augureresti personalmente?

Tanta salute e amore. Sono un eterno innamorato dell’amore e vorrei che non finisse mai.

E professionalmente?

Tanta crescita, come quella che con le stagioni sto tentando di avere e un partner che, un domani, possa affiancarmi anche economicamente, per poter andare sempre più oltre.

 

Felix The Cat / l’omaggio di Enriquez al Pitti Uomo 93

Felix, il gatto protagonista del primo cartoon della storia, astro del cinema dell’animazione del 1919, diventa oggi, merito del designer Alessandro Enriquez, un omaggio non solo alla tematica scelta per il Pitti Uomo 93, ma per tutti i cartoon. Felix The Cat, riproposto nella sua versione più ironica e italianissima alla quale Alessandro è fedele dalla sua prima collezione, invade così felpe, t-shirt e camicie, per una capsule collection fall winter 2018/2019 firmata 10×10 Anitaliantheory in collaborazione con CPLG ITALIA. Un’altra collezione manifesto quindi, segnata dalla nostalgia degli anni 90 e affiancata dalle icone Bellissimo e Bellissima, riproposti in versione Arlecchino e Colombina, disegnati da Studio Fantasma nonché tributo al carnevale in cui il protagonista è sempre il colore, ormai simbolo riconoscibile della moda firmata Alessandro Enriquez.

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