La chimica degli Alt-J nel nuovo album Relaxer 


Dubbare Woody Guthrie: prendere i primi versi della famosissima “House of the Rising Sun” e inserirli in una canzone completamente diversa, in cui la melodia si discosta progressivamente dall’originale, il suono si dilata ed il protagonista, che vive il peccato e la rovina, è il padre di chi canta e non il cantante stesso.

Ci vuole un certo coraggio a compiere un’azione simile, specie se sei una band che sin dagli esordi è stata paragonata ad altri mostri sacri del passato, se i tuoi primi due album hanno avuto un successo clamoroso, e ti hanno sparato in cima alle preferenze alternative-pop di mezzo mondo.

Gli Alt-J hanno imparato a convivere con determinate pressioni e non sembrano volersene curare nemmeno in questo terzo album in studio.

Relaxer è fatto di otto potenziali hit che giocano ancora una volta molto con le dinamiche, tra frenate improvvise e successive esplosioni, testi fatti di claim, piccoli racconti e nonsense, e synth che -contro ogni pronostico- vanno a nozze con fiati epici e chitarre, classiche e distorte.

La voce di Joe Newman poi ha una caratteristica fondamentale: la riconosci immediatamente, e non è poco, come non è poco poter contare sui cori e i fraseggi di una come Ellie Rowsell dei Wolf Alice, tra le novità più efficaci di tutto il lavoro.

La forza della band inglese, nata sui banchi di scuola a Leeds, alla fine è questo: saper mischiare elementi ed atmosfere in apparente contrasto, giocarci, e trovare un proprio, sorprendente modo, per combinarli.

 

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