Dimenticate la guerra. Giocate alla guerra. Fate diventare divertente ciò che non lo è. Come l’arte di Fabrizio Fontana

Fabrizio Fontana - K17
Fabrizio Fontana - K17

«Sono sempre alla ricerca di un processo creativo che non prescinda mai dall’idea di gioco».

«Il gioco riveste un ruolo di primo piano non solo come metodologia d’azione ma anche e soprattutto come indice di discriminazione sociale e codice d’accesso, a un diverso modo di guardare la realtà. Dunque la parola gioco (Jioko) è il refrain al quale ricorro spesso per i titoli delle mie opere nonché delle mie mostre. Quando manca il termine gioco, il titolo è comunque un gioco di parole. Insomma il gioco è utilizzato come strumento: una specie di lente d’ingrandimento cinica della realtà e delle sue contraddizioni. Da sempre ho subìto il fascino degli artisti che si sono approcciati all’arte in modo arguto e ironico. Talvolta ho sentito il bisogno di relazionarmi a questi maestri, di citarne un segno, un’immagine oppure un pensiero. Lavorando tra opere pittoriche, grafiche, plexibox, video e installazioni cerco di volgere verso me stesso quello scherno di cui mi faccio autore. Colleziono oggetti e feticci e li trasformo in immagini che ne modificano la scala e la destinazione. Dagli idoli mediatici, dai personaggi dei cartoons e dai fumetti raccolgo spunti per non restare indifferente alle proposte visive della produzione di massa. Nei miei plexibox allestisco un teatro del quotidiano, pongo diversi interrogativi e questi interrogativi quasi mai hanno delle risposte. L’aspetto giocoso e scherzoso dei miei lavori è in realtà solo un’apparenza: l’opera si esibisce in una mistica allegoria talvolta pungente, probabilmente una realtà nuova, che non cerca di calamitarci al suo interno, ma di farcelo assimilare. Faccio di tutto per servirmi della mia autorità artistica per arrivare al profondo della coscienza; salvarsi dall’essere colpiti, alla fine, risulta impossibile e per raggiungere il mio scopo potrebbe bastarmi davvero poco: sarebbero sufficienti un analgesico per l’emicrania, una coppia di dadi e le mie pantofole blu».

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