Davide Shorty Sciortino: intervista alla rivelazione di X-Factor

DAVIDE SHORTY
Foto ©TommasoGesuato

Da poco è stato pubblicato Straniero che non è solo il suo primo disco solista ma un simbolo odierno della musica indipendente italiana.

Dietro tre tazze di Caffè abbiamo scoperto Davide Shorty (pagina facebook) ad un anno dalla sua partecipazione a X-Factor .

Siamo al tuo primo album solista, come ci si sente?

Ci si sente bene! Il disco é esattamente come volevamo, e sicuramente non si può dare per scontato al giorno d’oggi, specialmente nell’industria discografica Italiana. Mi sento molto fortunato, ma al tempo stesso cerco, invano, di non crearmi troppe aspettative.

Da dove è nato Straniero?

Il disco é nato dalla voglia di scrivere in Italiano, di tornare alle mie radici, ma il concetto nasce dall’esigenza di comunicare la bellezza della diversità. Penso che sia fondamentale, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, celebrare le nostre differenze ed imparare l’uno dall’altro. Siamo tutti un po’ stranieri ed in fondo é ciò che ci rende belli. Io sono straniero in Inghilterra da 7 anni, ma mi sento straniero in Italia perché nonostante sia fiero delle mie radici sento ancora di non aver abbastanza spazio per poter essere liberamente me. É triste doversi continuamente confrontare con una tale chiusura mentale, ma d’altronde il mondo non sarà mai perfetto, e la bellezza del nostro paese sta proprio in quest’equilibro tra poesia e paradossi…forse.

Cosa ti ha lasciato X Factor e cosa cambieresti di quell’esperienza?

Non credo cambierei qualcosa, é stata una grande esperienza. Grazie ad X Factor ho fatto grandi amicizie, ho imparato tantissimo professionalmente e mi sono direttamente confrontato con un lato dell’industria che non capisco e che fortunatamente per la mia salute mentale non voglio capire. Ogni cosa ha il suo prezzo e sicuramente compensare tutta quella quantità di adrenalina appena l’esperienza é finita é stata dura.

“Sono felice di poter parlare a giovani menti adesso, di avere un seguito, é un onore ed una responsabilità che sono fiero di potermi assumere.” (Davide Shorty)

L’indipendenza di Macro Beats Records quanto è servita al tuo disco, come è nata questa sinergia?

É nato tutto nel modo più naturale. Ci piacevamo a vicenda, anche da prima di X Factor suppongo. Io sono cresciuto ascoltando tanti dei dischi usciti per Macro Beats, artisti come Ghemon e Kiave non erano solo amici ma soprattutto punti di riferimento, quindi quando é arrivata la proposta di Macro non ho potuto rifiutare. L’essere indipendente ha giocato un ruolo fondamentale, ho avuto la possibilità di fare un disco fregandomene del mercato, degli standard, di tutto. Abbiamo fatto tutto quello che ci sentivamo di fare, “out of love”.

La tua cover mi ricorda la storia del Jazz immortalata da Francis Wolff e Reid Miles, quali sono le influenze che ti hanno formato fino ad oggi?

Sicuramente c’é un grossissimo richiamo alle mie influenze jazz. Ho avuto la fortuna di crescere ascoltando miti come Miles Davis, John Coltrane, Chet Baker e tantissimi altri, il mondo del jazz e del soul da quando ho iniziato da piccoletto a cercare campioni per fare i beats mi ha regalato tanto, e sicuramente sarà sempre presente nella mia musica. Ho iniziato da rapper, quindi tra le mie influenze c’é tantissimo hip hop, sia italiano che straniero, da Sangue Misto, Tormento, Othello e Stokka & Madbuddy a Slum Village, A Tribe Called Quest, De La Soul, Mos Def e Tupac. Da piccolo ascoltavo tanto cantautorato italiano, De André, Pino Daniele, Battisti, e poi quando ho iniziato a fare i beats ho scoperto le grandi voci soul di Marvin Gaye, Sam Cooke, Etta James e tantissimi altri. Sono un bel casino, ma nel mio disordine ci vivo a meraviglia.

Quand’è saltato il sigillo che racchiudeva l’artista che c’è in te?

Non credo ci sia mai stato un sigillo. Forse una consapevolezza, e quella c’era già dall’adolescenza. Ho sempre sentito il bisogno di creare, cantare, fare rime, scrivere e credo che il bisogno di creatività sia insito in ognuno di noi. Tutti possono essere artisti, per motivi diversi, chi più chi meno, ma credo sia la condivisione della creatività che ci rende veramente umani.

Qual è il brano che ti ha messo di più alla prova nella scrittura e nella composizione? E quello a cui tieni di più?

Probabilmente “Fenomeno”, e qui anticipo la tua prossima domanda… é stato qualcosa di nuovo, il tema é abbastanza delicato dal punto di vista sentimentale, e lo abbiamo scritto in pochissimo tempo. All’inizio avevo paura di non riuscire a scrivere un testo che fosse all’altezza, ma la presenza di Daniele ha creato tantissima ispirazione!

DAVIDE SHORTY
Foto ©TommasoGesuato

Raccontaci di Fenomeno, il brano con Daniele Silvestri e la sua band, com’è nato? Cos’è successo in studio di registrazione?

Mi riaggancio qui, é nato tutto ad un concerto di Daniele a Palermo. Mi trovavo per caso in città e grazie al nostro amico comune Niccolò Fabi abbiamo unito i punti. Ci siamo incontrati, abbracciati e dopo aver espresso la nostra reciproca stima artistica ho ricevuto un suo invito in studio per una session. Tutto super naturale, qualche mese dopo a casa sua ho ascoltato una jam registrata con la sua band a Lecce durante le session di “Acrobati” (il suo ultimo album) e mi é venuto spontaneo registrare una melodia improvvisata, che poi é diventata “Fenomeno”. Abbiamo lavorato anche ad altro quella notte e poi lasciato tutto un po’ in standby, fino a quando a pochi giorni dalla chiusura del disco non ho ricevuto il suo ok per raggiungerlo in studio ed ultimare il tutto. Daniele é una persona di grande umiltà, é umano, generoso e professionale, averlo visto così preso dal mio progetto mi ha dato una gran fiducia, e gli sono immensamente grato.

Grazie alla musica, che non conosce differenze di età, é nata una bellissima amicizia, ed é quella la cosa più importante.

Un segreto che non hai mai svelato durante la composizione del disco?

Inizialmente avevamo 7 giorni per registrare gli strumenti dell’album, ma quando siamo arrivati all’inizio delle session e ci siamo resi conto di aver prenotato uno studio che non aveva possibilità di registrare la batteria abbiamo dovuto riorganizzare tutto da zero, e ci siamo ridotti a 3 giorni con un solo giorno di prova. I musicisti che hanno suonato nel disco sono dei pazzi geniali, e Davide Savarese, il batterista, ad un certo punto aveva circa 3 o 4 ore di sonno su 48, nonostante tutto la performance in studio é stata eccelsa!

Diciamo che vivi tra l’Inghilterra e L’Italia, cosa manca alla nostra musica rispetto a loro e cosa manca a loro rispetto a noi?

A noi manca l’educazione all’ascolto. La musica nelle scuole, lo stimolo alla creatività e alla curiosità. Purtroppo trovo il nostro sistema educativo estremamente antiquato e restrittivo. La nostra industria in scala é molto più piccola, quindi credo sia tutto proporzionale, la nostra scena indipendente per quanto possa essere affascinante, é molto più piccola, quindi le connessioni sono più difficili da creare. Non saprei esattamente cosa manchi in Inghilterra, dal punto di vista della scena musicale é un luogo estremamente completo, c’é tanta apertura e moltissime possibilità di carriera. Se in Italia manca lo spazio per la musica originale dal vivo, qui a Londra, come a Bristol o a Birmingham ci sono tantissimi progetti originali e locali che danno loro spazio che meritano. Per l’Italia non é soltanto lo spazio che manca, ma soprattutto l’attenzione per la musica originale. Non siamo educati alla ricerca. Gli organizzatori puntano quasi solo sulle cover band di Vasco e Ligabue. Ci lasciamo ingozzare le orecchie dalle radio e dalle televisioni senza porci il problema di cosa ci piace veramente…anche in Inghilterra succede, ma in maniera molto più bilanciata.

Ti ho incrociato a Milano in parecchi concerti come spettatore, quanto conta per te assistere ad altre performance per la tua musica?

É assolutamente fondamentale. Analizzare altri performer ti da la possibilità di lavorare sulle tue abilità, ma allo stesso tempo di godere del lavoro di qualcun altro. L’ispirazione é ovunque, specialmente nella musica dal vivo!

Cos’è Retrospective for Love?

Retrospective for Love é la mia band Londinese, il mio primo progetto musicale da quando mi sono trasferito a Londra. Siamo una band hip hop / soul, una famiglia di amici veri a cui piace tanto suonare insieme principalmente. Nel gruppo condivido le parti vocali con la meravigliosa vocalist parigina Leslie Phillips, che vi consiglio caldamente di ascoltare anche da solista con il suo progetto “Interlude”. Finalmente il 10 Marzo siamo usciti con il nostro primo album “Random Activities of a Heart” (per l’etichetta Londinese Wormfood Records) che ha tantissime collaborazioni tra cui Phat Kat (che ritroviamo nello storico album di J Dilla “Welcome 2 Detroit), Laïoung (astro nascente della scena trap italiana, che però ha una grande versatilità e rappa in 4 lingue diverse), i vocalist Londinesi Otty e Yazmyn Hendrix, Alba Plano (promessa del jazz/neo soul europeo, oltre che la mia compagna di vita) ed i producer siciliani Big Joe, Nebbïa e DUSTY.

Regalaci una esclusiva, cosa succederà sui palchi durante il tuo tour? magari una data con AINÉ e GHEMON sullo stesso palco?

Non facciamo spoiler, sicuramente le sorprese ci saranno! Venite ai concerti e lo scoprirete!

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