Il nostro report su Setup: l’arte contemporanea più sperimentale del momento

Siamo seduti al ristorante il Lumachino, allestito in una saletta dentro la Setup Contemporary Art Fair.

Mangiamo due cubi di lasagne da otto euro l’uno. Avevamo provato a scassinare il portavivande d’argento specchiato ma una cameriera ci ha colto sul fatto emettendo un gemito gutturale tipo “URGHMMMM EH NO!”. Dunque c’è toccato scartavetrare il portafogli, lasciando sul ripiano dell’angolo bar una venticinque verdoni per due quadrectomie di sfoglia, una birra e una coca cola.

E niente, mangiamo questa lasagna e ci chiediamo se esisterà mai una Cina delle prostitute.

“Che fine fanno le prostitute?” fa Moreno “me lo son sempre chiesto”.

Ci penso su. Il ragù si scioglie nella trachea.

“Mah, ci sarà una Cina delle puttane”.

Moreno soffoca per il ridere. Stronzata? Mah! I giocatori di calcio adesso sfollano in Cina, e lì guadagnano montagne di ghinee intergalattiche, fino a quaranta milioni annuali netti. Anche le puttane avranno un loro lido paradisiaco dove si fanno pagare tre, quattromila sacchi a fellatio.

Vi chiederete: cosa c’entrano questi discorsi con l’esibizione di arte contemporanea più sperimentale del momento?

Una beneamata minchia.

Si chiama engagement, un tentativo come un altro di tenere il lettore con la retina spiattellata incollata paretizzata allo schermo.

Detto ciò: SetUp Contemporary Art Fair.

Arrivandoci in Marozzi alle due di notte, per effettuare una sosta di dieci minuti, la stazione degli autobus di Bologna mi faceva molto cyberpunk, per non dire gotico losco. Ora, invece, vederla così tutta in tiro, coi banchetti che spillano birre e sfornano piade e tigelle calde da servire ai commensali-partecipanti, è molto particolare. Location intrigante, per metter su una fiera dell’arte.

Appena superi l’ultimo gradino della scalinata, la setup ti spiazza con un colpo a effetto magistrale: t’appare un kalashnikov lungo tre metri, edificato su piccoli pupazzi e giocattoli incollati tra loro, come le sorpresine che trovi negli ovetti kinder. Un bel cazzotto sulle gengive d’apertura che quasi ti schiena. L’artista di riferimento è Fabrizio Fontana, salentino che mette sempre il gioco al centro delle sue opere. In un’altra stanza, infatti, troveremo una Coppa dei Campioni (sempre sua) che al posto dell’impugnatura classica dalle grandi orecchie c’ha due barbiedoll adesivizzate. Spettacolo.

Si è da poco conclusa la quarta edizione di Setuo Contemporary Art Fair, che si è tenuta a Bologna dal 27 al 29 gennaio. Ecco il nostro report.

C’è una moltitudine di gallerie diverse, da tutta Italia. E lo spazio è un cazzo di labirinto. Ti giri ti volti e insomma, in ogni punto cardinale, ad ogni gradazione corporea c’è un pezzo d’arte. Giriamo come macchine impazzite per due, due ore e mezza. C’è davvero tanto da osservare, da scoprire. Purtroppo i galleristi sono pressanti, marcano a uomo, e vorrei avere uno sticker attaccato in faccia con su scritto GIORNALISTA FREELANCE ERGO PEZZENTE affinché non mi chiedano se c’ho voglia di parlare con l’artista per farmi un’idea del suo lavoro e perché no?, magari alla fine le piace qualcosa e se la prende. Certo! Come no! Magari ripasso dopo, con calma…

Appena mi pagano la nota di collabo occasionale, ah ah.

Mentre stiamo per entrare in un corridoio stretto e oscuro, becchiamo un artista che ci spiazza: Vinz Feel Free, un ispanico cui marchio di fabbrica sono conigli umanoidi alla Donnie Darko che si sbarbano, fanno l’amor fou appendendosi come cotechini bondage, si stuprano e si masturbano a vicenda.

“Impegnativo” il commento di Pisto su Vinz.

E sulla stessa falsariga c’è Marco Peduto, un ragazzo classe 92 ex-junkie nonché pregiudicato galeotto che dipinge molto in stile Basquiat.

“Per me merita, infatti partecipa anche al premio Setup… ha senza dubbio tanto da dire” dice il suo gallerista. Leggo quella che sembra una poesia, dipinta su una delle opere raffigurante quello che pare un hunter stockton thompson magro e nervoso.

4 del mattino

Il solito uccellino

Il corpo non risponde

Dove sono i tuoi cari?

Amare-amaro-amari

Solo e infarinato

Inizi un nuovo giorno

E ritorni

Un punto e

A capo

Peso. Ti mette addosso un’aura di ansia non indifferente.

Ma per due sconsacrati dell’arte come me e Pisto, quest’endovena di colori linee old school graffitismo stencil batik sculture marmi transessuali vestiti da sposa che ballano seguendo note folk magrebine ci fa andare in sovraccarico. C’è troppo. Troppo troppo troppo. Ci prende male, alcune cose nemmeno le guardi bene, molti lavori si assomigliano, c’è una sensazione di unidirezionalità nel lavoro artistico, della serie IO sono DIO e DIPINGO, TU invece GUARDI e al limite COMPRI.

Eppure, veniamo smentiti subito dall’opera di Hannes Egger, bolzanino dagli occhi veloci e grandi. La sua opera? Un rettangolo fatto di scotch nero per pacchi messo sopra un pannello di compensato bianco. Il rettangolo è pure mezzo storto.

Direte: tutto qua?

Naaah.

Indossiamo delle cuffie tipo quelle da audioguida del museo. Una voce femminile e notevole ci intima di spostarci nel riquadro A. Riquadro A? Guardiamo il pavimento e ci sono delle mattonelle indicizzate dalle lettere A-B-C-D-E.

Ci mettiamo nella posizione A e praticamente la voce ci dice di fissare il pannello e la CORNICE di adesivo nero e di immaginarci un dipinto di Matisse. Abbinata alla voce, una canzone di non so quale genere elettronico, che fa il suo dovere nello spingerti verso lidi mentali desertificati. Io il dipinto non lo conosco ma immagino delle sirene che si baciano. Poi ci spostiamo nel settore B e dovremmo assumere la posizione che ha una scultura di Rodin. Mettete la gamba sx in avanti, piegate la destra, alzate il braccio come se steste strappando dei rami…

Troppo bello. Visionario, partecipativo. Che spettacolo.

Ci complimentiamo con l’autore. Moreno prende accordi per non so quale impaginato di Urban. Io cerco di attenuare il sudore, ché nella galleria ci si scioglie e muoversi per impersonare la scultura di Rodin mi ha fatto spellare vivo.

Ed eccoci qui seduti finalmente, a mangiare lasagne e bere coca e birra, dopo un carosello nevrastenico di due ore.

Ho un buon canovaccio di materiale da rifinire e bulinare, ma mi manca un titolo connettivo, qualcosa ad effetto.

Moreno ingolla l’ultima forchettata di sfoglia e besciamella.

“Direi che in mezzo a ‘sto marasma,” fa Moreno “un po’ eccessivo se vogliamo, cioè, eccessivo per chi non appartiene al mondo dell’arte, la chiave di volta dell’articolo dev’essere quello che è rimasto del Setup contemporary art fair. Se penso a tutto quello che ho visto, mi rimane addosso il lavoro sulla Saponificatrice di Correggio di Dario Agrimi, i coniglietti dello spagnolo e Hannes. Nada mas! Giocaci”.

Ci penso su.

Quello che è rimasto del setup contemporary art fair…

Ci sta ci sta ci sta.

“Ecco perché sei il direttore…”

“Eh?”

“Perché sbrogli situazioni del cazzo mangiando lasagne, ecco perché. Già mi stavo disperando, sul titolo di ‘sto pezzo”.

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