The Fluid Issue – 1 persona, 8 Personaggi #8 Samuel Serafin a.k.a. Fioron

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Il primo ricordo di Mattia Fioron era il suo elefantino che cadeva dalla seggiovia, sua madre, lì accanto, che innescava un’eco di “no” tra le montagne, e lui che guardando giù provava un grande senso di pace: il peluche era già un punto grigio sull’erba secca, trascurabile e lieve nel silenzio dell’abisso, le sue mani finalmente potevano infilarsi nelle tasche, liberandosi dal freddo delle vette e dalla fatica della presa.

Da ragazzino detestava lo sport, le competizioni in genere, le grigliate domenicali del padre con le conseguenti sfide a ruba-bandiera tra cugini.

Amava altre due cose.

1. Andare alle giostre durante la fiera, sul brucomela soprattutto, ascoltare Mircea, il proprietario rumeno, sbronzo e in doppiopetto, farfugliare “il bruco è felice perché conosce la sua strada”, mentre si pettinava i capelli, lunghi solo sulla coppa.

2. Leggere: lasciare che fossero i personaggi ad agire.

Un giorno, attorno ai sedici anni, gli è capitato un libro tra le mani, ha scelto una pagina a caso, una riga a caso: “Essere segnati dalla fatalità è un’elezione o una maledizione? Entrambe le cose contemporaneamente”. Il libro era di Emil Cioran.

Si è procurato buona parte dei testi dello scrittore transilvano. Un’altra frase gli è rimasta impressa: “Il popolo rumeno, curiosamente, è il popolo più fatalista del mondo”. Sapeva che la stragrande maggioranza dei libri di Cioran erano scritti in francese, sapeva che, come diceva Emil, “non si abita un paese, si abita una lingua”, e che la patria di Cioran era la lingua di Voltaire, eppure aveva anche letto, in Storia e utopia, del pentimento dello scrittore per l’abbandono del rumeno, “di cui mi capita ancora di rimpiangere l’odore di freschezza e di marciume, il miscuglio di sole e di sterco, la bruttezza nostalgica, la superba scompostezza”.

Fioron si è iscritto a lettere moderne a Ca’ Foscari, per diventare comunque francesista. Il momento più emozionante delle sue giornate era il risveglio, quando si ritrovava arrapato senza ricordarsi il perché.

Luisoni era appassionato di biciclette da corsa. Una mattina, lanciato a grande velocità sul rettilineo di una statale, tamponò un’auto in panne in mezzo alla strada, sfondò di testa il parabrezza posteriore, attraversò come un siluro tutto l’abitacolo, sfondò di testa il parabrezza anteriore, rotolò sul cofano, cadde sull’asfalto, morì. Mattia lo è venuto a sapere dal messaggio dell’assistente di Luisoni, un messaggio pieno di parole come “tragedia” e terribile”, e di puntini di sospensione: la stilizzazione sintattica del futuro dell’assistente, ormai sfilacciato e pericolante sul baratro, come quello di Mattia. Ma lui ha pensato al peluche e si è infilato le mani in tasca.

Il giorno di San Giorgio, patrono di Ferrara, nella fiera sotto le mura della città è riuscito finalmente a incontrare Mircea. L’ha fermato. Mircea, com’era prevedibile, non l’ha riconosciuto. “Che c’è? Ha scordato la felpa sul mio brucomela?”. Lui, in rumeno, gli ha chiesto se gli serviva un garzone, un guardiano di notte, un lavorante da due lire, qualsiasi cosa. “Amo il bruco, che è felice perché conosce la sua strada”, gli ha detto. Mircea ha assottigliato gli occhi e l’ha invitato nella sua roulotte a bere un bicchiere.

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