The Fluid Issue – 1 persona, 8 Personaggi #7 Samuel Serafin a.k.a. Alf

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Alfredo Bilelli, che conosceva a memoria tutti i testi di Madonna e che si vantava del proprio inglese, a chi gli chiedeva “come va?”, per sintetizzare la limitata, ragionevole gamma di umori casuali che determinavano le sue giornate, rispondeva: “my days are dice without one and six”.

Trasferitosi a Milano da Bellaria, aveva iniziato come commesso in una boutique di vestiti in via Montenapoleone. Dopo pochi anni aveva aperto un negozio di ricerca a Isola, portandosi dietro molti clienti. Di Alfredo apprezzavano quei consigli di stile capaci di non farti sentire in colpa per l’acquisto di un capo immotivatamente costoso.

Era un commerciante da tempi di crisi. E un artista delle vetrine. Se fosse nato manichino avrebbe voluto essere un suo manichino. Per una forma di snobismo, diceva che Luigi non era il suo ragazzo, ma il suo compagno. Usare un termine così ipocrita, così piccolo-borghese, così burocratico, a lui, ventisettenne che se ne andava all’Esselunga in sembianze androgine, procurava un piacere sottile. A dire il vero, di piaceri grossi non ne provava.

E i dispiaceri erano altrettanto gracili. Forse Luigi, che tornava spesso tardi e diceva di passare le domeniche nella casa del padre in Brianza a grigliare costine e braciole, casa che ad Alfredo restava preclusa, bè, forse Luigi lo tradiva. La cosa lo lasciava del tutto indifferente.

Una mattina si è svegliato con un’erezione bestiale e con un diffuso, profondo senso di benessere per tutto il corpo. Il primo contatto dei suoi piedi, caldi da letto, con il fresco del parquet gli è parso meraviglioso.

Non ricordava le forme della sua abat-jour tanto delicate.

Doveva essere l’abat-jour più bella del mondo. Una volta in bagno, si è guardato allo specchio: aveva gli occhi sbarrati, le pupille dilatate. Gli veniva da stringere la mascella. Una sorta di panico – ma in quello stato il panico assomigliava più a un’eccitazione – l’ha invaso: era fatto di ecstasy. Non prendeva una cala da almeno cinque anni. Da quando era il selector di in una discoteca di Riccione e, per ingraziarselo, tutti facevano a gara a regalargli coca e pastiglie.

Ma, santo cielo, era passato un mucchio di tempo. Aveva letto dei così detti flashback. Un acido poteva tornarti su anche anni dopo l’assunzione. Ma per l’ecstasy  una cosa del genere non l’aveva mai sentita. Su Google (che nome simpatico, Google), nessuna traccia.

Mentre si lavava i denti e pensava che un Dio capace di creare il gusto della menta ha di sicuro creato anche un paradiso di vento dolce e di rigogliosi alberi blu, l’ha chiamato Luigi, già nello showroom dove lavorava come modello, per dargli il buongiorno. Alfredo gli ha detto che lo amava, tantissimo, da impazzire. E non era vero. O forse sì, adesso lo era. Ha deciso di andare dal medico.

Sulla metro avrebbe abbracciato tutti, salivava, andava su e giù per il vagone, si aggrappava alle aste metalliche e ci ruotava attorno come un carillon.

In sala d’attesa, ha provato una compassione smisurata, cosmica, per quelle vecchine che leggevano Famiglia Cristiana in ricerca dei segni quotidiani dell’azione della Divina Provvidenza sulle esistenze più comuni, la stessa Provvidenza che allora, in quel preciso momento, si stava di certo prendendo cura anche dei loro mariti defunti. Dio mio, in che mondo meraviglioso viveva, com’era tutto perfetto e caldo e vicino.

“La pressione è un po’ alta” gli ha detto il medico, slacciandogli lo sfigmomanometro e producendo il suono croccante del velcro che si strappa. “E ha il battito un po’ accelerato. Oggi niente caffè. Si prenda una camomilla”. Povero, ragionevole uomo di scienza, che crede la realtà si esaurisca in una lunga serie di parametri metrico-decimali, quando è tutta una questione di magia. Nel congedarsi gli ha stretto la mano con entrambe le proprie, cercando di trasmettergli almeno un po’ dell’amore orgasmico che gli scorreva dentro.

 

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Sceso in strada, l’amore se n’era andato di colpo, così com’era venuto. Gli si è avvicinato un ambulante pakistano, brandendo un pacchetto di Kleenex da un euro, e Alfredo ha notato un brufolo eruttante pus sul suo naso. Il pensiero di andare in negozio, alzare la saracinesca, sistemare la cassa, lucidare le mensole con una spugnetta, lo faceva sentire risucchiato dal nulla galattico.

Al posto delle gambe aveva un piedistallo nichelato da manichino, era un immobile monumento alla futilità di ogni cosa. Assetato d’amore, di pietà, perfino di senso di colpa, di qualsiasi impulso che ritrasformasse il vetroresina che era da anni nella carne che era stato per poche ore, col vivo ricordo delle vecchie in sala d’attesa, si è deciso a fare una cosa che non faceva da ancora prima delle ultime cale: andare in Chiesa, confessarsi, farsi promettere cielo e minacciare fuoco, farsi raccontare di un altro universo, di una lotta epica tra Bene e Male nella quale siamo tutti coinvolti e che si sta combattendo anche in questo preciso momento, un martedì, a Milano. Ha dato un euro al paki e si è avviato verso Santa Maria alla Fontana, lì a due passi.

Il prete era inaspettatamente giovane, inaspettatamente biondo. Mentre il sacerdote gli elencava le preghiere da recitare per ricevere il Perdono, al suono di quelle parole misteriose e terribili – Ave Maria, Atto di dolore – si è concentrato sulla loro fonte al di là della grata. Il prete aveva labbra ben disegnate. Alfredo ha provato un subbuglio nello stomaco. S’è convinto che si trattava di una crisi mistica e ha chiesto al prete quando avrebbe officiato la prima messa.