A Devendra Banhart è salita la scimmia!

intervista al cantante devendra banhart 2016

Ape in Pink Marble è il nono album del cantautore folk, colonna sonora immaginaria creata per la hall di un albergaccio pieno di strani soprammobili.

di Francesco Mascolo – Foto di Simon 

intervista al cantante devendra banhart 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immaginatevi Devendra Banhart, insieme ai suoi collaboratori Noah Georgeson e Josiah Steinbrick, in un albergo da quattro soldi frequentato da strani ospiti e una scimmia di marmo rosa. Questo è Ape in Pink Marble: nono disco del cantautore folk americano su Nonesuch Records, tra canzoni seducenti, deliranti e sospese nel tempo e nello spazio, senza confini, così come il suo eclettico autore che oltrepassa le correnti musicali, come testimonia il recente “I Left My Noodle on Ramen Street”, libro che raccoglie suoi disegni, foto e dipinti. Abbiamo raggiunto Devendra Banhart in Warner a Milano, dove ci ha lentamente inebriati parlando dell’immaginario albergo dove il disco prende vita, della copertina che ha disegnato, di com’è accordare strumenti grazie a YouTube, numeri da chiamare che entrambi non abbiamo composto, accordi da prendere in prestito e della colonna sonora ideale per la festa di compleanno più triste di sempre.

Ciao Devendra, sei stato da poco in Giappone, sbaglio o se ne respira l’aria nel tuo ultimo disco?

Dal punto di vista estetico volevamo che il disco suonasse esattamente come la musica diffusa nell’atrio di un albergo da quattro soldi. E sono convinto che abbiamo fatto un lavoro niente male. Cosa ne pensi? È come l’unico tappeto sporco del Giappone, o meglio, la nostra versione. Abbiamo noleggiato anche un Koto da una musicista jazz giapponese, che poi è anche un pasticcera, insomma, è stato molto divertente.

Era la tua prima volta con il Koto?

Ho preso delle lezioni di Guzheng qualche anno fa a San Francisco, che poi è il suo equivalente cinese. È molto intuitivo, ma sia lodato YouTube! Almeno per accordarlo! Abbiamo noleggiato quel Koto per una, due settimane e per accordarlo impiegavamo dalle nove del mattino a mezzogiorno circa. Mentre poi la ragazza è arrivata e in tre secondi, via! Non sapevamo assolutamente quello che stavamo facendo, ma le canzoni sono semplici e volevamo che il Koto fosse una piccola guarnizione, quindi va più che bene così.

intervista al cantante devendra banhart 2016

 

 

 

 

 

 

Riflette il tono minimale del disco

Minimale mi sembra un ottimo modo per dire che non so suonare il Koto!

Lo strumento emerge molto nella seconda parte, più misteriosa e spettrale, la prima invece è più scanzonata, divertita, tipo Fancy Man, condividi?

Comunque delirante, tremendamente delirante. È l’archetipo dell’illuso, proprio come in “Fig in Leather”, i personaggi principali di queste canzoni upbeat sono totalmente deliranti, e sì, le altre sono più funebri, sofferenti. Una canzone della quale sono piuttosto orgoglioso è l’ultima, “Celebration”, credo sia la più triste canzone felice. È piuttosto malinconica, una celebrazione appunto, pensata per la più triste festa di compleanno, tipo una festa dove nessuno è venuto e ci sei solo tu e le tue candeline.

E magari la scimmia in marmo rosa. È la statua di un albergo che hai visto durante uno dei tuoi viaggi?

No, e tu? Mi ritengo fortunato! E poi sarebbe stato fin troppo banale. In realtà è una metafora elementare per qualcosa di semplice, intuitivo, selvaggio e brutale come una scimmia, che si accosta a qualcosa di profondo, femmineo, sofisticato e lussuoso come il marmo rosa. Ma si può leggere anche senza rimandi, un’immagine misteriosa, scimmia vivente di marmo rosa, entità che ci ha affascinati e sedotti durante le sessioni del disco.

 

intervista a devendra banhart
La copertina di Ape in Pink Marble disegnata da Devendra.

Ci racconti della copertina che hai disegnato per il disco?

Non so in che modo si possa ricollegare al titolo, anche perché non credo che sia l’Ape in Pink Marble, ma volevo che assomigliasse a un disco per bambini degli anni ’70. Certo, l’immagine è molto esplicita, sessuale, qualcosa di uterino, polo magnetico che spinge questa sorta di demone desessualizzato al di fuori, oppure al suo interno. E poi c’è la Luna, il sempre presente occhio nel cielo, Triplice Dea e guardiana.

Hai partecipato, con un tuo pezzo, all’ultimo corto di Galen Pehrson, The Caged Pillows. Ti va di parlacene?

È un mio carissimo amico, lo amo molto, l’ho conosciuto all’istituto d’arte di San Francisco, ma lui è di Nevada City, lo stesso paesino di Noah Georgeson e Joanna Newsom. È una piccola città e dà i natali a tanti artisti così talentuosi, ma cosa ci sarà in quell’acqua? Ha incominciato lavorando con Adam Green, ma credo stia iniziando a fare sul serio oggi, spero si ricordi di me quando diventerà famoso. Per “The Caged Pillows” ha lavorato senza sosta per due anni, sembra tutta animazione al computer, ma lui sta li a disegnare e scansire tutto, è incredibile! Gli ho mandato tutto il disco e gli è piaciuta “Good Time Charlie”, il corto è una sorta di concept interattivo dove tu puoi chiamare e sentire la canzone.

Ammetto di non aver provato a chiamare!

Nemmeno io, non so nemmeno se funziona!

In Good Time Charlie annunci la fine della canzone, mentre in Jon Lends a Hand chiedi in prestito accordi, ci parli di questo tuo approcio metatestuale e di Jon?

Jonathan Richman vanta una lunga e rispettabile carriera, penso sia stato esposto al mainstream per via di “Tutti pazzi per Mary”, classica commedia di Ben Stiller con Cameron Diaz, dove continua a spuntare cantando. Pensa a canzoni come “I Was Dancing in the Lesbian Bar” e “That Summer Feeling”, credo sia un sorta di leggenda, no? È uno dei miei cantautori preferiti, usa questi particolari accordi che prendo in prestito perché sono convinto che lui scriva molto meglio di me. Per il resto è solo un’esplorazione del songwriting, come quando vado di assolo dico “solo”, così annuncio la fine della canzone, è una cosa che mi diverte. Ma se siete alla ricerca di un significato in questo disco siete venuti nel posto sbagliato.

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