Hollywood: review della nuova serie Netflix firmata da Ryan Murphy

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Hollywood è la prima parola che ti viene in mente se pensi al mondo del cinema. Hollywood è Il luogo dove i sogni diventano realtà e dove chiunque se talentoso, ma neanche tanto, e con una buona dose di fortuna, riesce a farsi notare, può diventare un divo del mondo del cinema.

La stessa Hollywood che dagli studiosi di cinema viene vista come il Monte Olimpo, dove solo alcuni eletti possono entrare a far parte di quel famoso ‘giro’ tanto bello quanto insidioso.

A mostrare un lato molto interessante di questo posto, lì dove sorge la famosa scritta in bianco, meta prediletta di chiunque vada in America, ci ha pensato il regista Ryan Murphy con la sua nuova creatura pensata per Netflix, Hollywood.

Dopo il successo di American Horror Story e Scream Queens, il cineasta sembra essere tornato al suo passato frivolo e leggero, vedi Glee, con la serie Hollywood.

La storia di Hollywood e del cinema americano è fatta anche di cambiamenti, di progressi sociali che a volte hanno fatto fatica a rispecchiare una società in evoluzione, ma che spesso sono stati anche in anticipo sui tempi.

Insomma, una storia di contraddizioni. Negli ultimi anni hanno fatto rumore le proteste di attori e registi di colore ignorati nelle nomination, eppure la prima attrice afroamericana a vincere una statuetta fu Hattie McDaniel nel 1940, come migliore attrice protagonista per Via col Vento.

Per la prima candidatura a un attore dichiaratamente gay si è dovuto aspettare invece il 1983, quando Linda Hunt ottenne la statuetta come miglior attrice non protagonista, ma per l’interpretazione di un ruolo maschile.

Attori come Rock Hudson e registi come George Cukor hanno dovuto invece tenere celata la propria identità sessuale per tutta la vita, nonostante fossero in molti nella sfavillante Hollywood a conoscerne il segreto.

La nuova produzione firmata Ryan Murphy per Netflix ci porta proprio in quegli anni, creando una vera e propria storia alternativa del cinema americano re-immaginando una Hollywood meno razzista e più inclusiva.

Jack Castello (David Corenswet) è un giovane reduce della Seconda Guerra Mondiale che, come tanti bei ragazzi del periodo, si trasferisce ad Hollywood sognando di diventare un attore, portando con sé la moglie incinta. Tutti i suoi tentativi di strappare anche una minuscola parte sul grande schermo finiscono in un buco nell’acqua: nessuno sembra volerlo notare e la coppia va avanti a malapena con lo stipendio da cameriera di lei.

Quando un fascinoso signore di mezza età (Ernie, intepretato da Dylan McDermott) gli offre un lavoro pagato fin troppo bene nella sua pompa di benzina, tutto sembra troppo bello per essere vero e in effetti non è altro che una copertura per un giro di prostituzione maschile frequentato da gran parte dell’élite hollywoodiana.

Il sogno di Jack si intreccia con quello di Archie (Jeremy Pope), afroamericano gay che ha scritto una sceneggiatura che aspetta solo di diventare un film, di Raymond (Darren Criss), che tiene nascosto il suo essere per metà asiatico e si prepara a debuttare come regista, e della sua fidanzata Camille (Laura Harrier) che, stanca dei ruoli stereotipati ai quali è confinata la carriera delle attrici di colore come lei, brama un ruolo da protagonista.

La Hollywood di Ryan Murphy è popolata, oltre che da questi personaggi immaginari, anche da molti nomi noti e meno noti, ma realmente esistiti, ai quali il creatore di Glee e Nip/Tuck  ha voluto regalare una rivincita postuma.

Rock Hudson (Jake Picking) può così finalmente vivere in modo aperto la propria sessualità, la grande attrice cino-americana Anna May Wong (Michelle Krusiec), libera da stereotipi, ottiene quella parte drammatica che le è sempre stata negata, mentre Hattie McDaniel (Queen Latifah) riesce a vivere una notte degli Oscar in cui tutti sono uguali, a prescindere dal colore della pelle.

Hollywood è una favola classica, di quelle che si vivono solo nei film, che nei momenti migliori riesce davvero a restituire la magia della vecchia Hollywood.

La ricostruzione storica è straordinaria, i costumi sono precisi e rispettano storicamente il periodo in cui la serie è ambientata, dunque già solo per questi due motivi vale la pena vederla.

Un trionfo del bene e del progresso che farà storcere qualche naso più conservatore, ma che prova veramente ad immaginare un mondo nuovo e più giusto, ripartendo dal passato.

Un cast di fedelissimi

Per riuscire nel suo intento Murphy ha scelto per Hollywood un cast di suoi fedelissimi: Darren Criss era in Glee e in American Crime Story, David Corenswet e Dylan McDermott hanno recitato in The Politician, Patti LuPone (che intepreta la produttrice Avis Amberg) era in Pose, Glee e American Horror Story e persino Jim Parsons – nel ruolo del potentissimo agente Herny Willson, una delle tante storie tragiche di esclusione della vera Hollywood – ha lavorato con Murphy a Broadway nella fortunata riproposizione di The Boys in the Band.

La mossa ha pagato, perché la chimica tra gli attori è praticamente perfetta, e tutti i loro gesti contribuiscono a creare inquadrature curate in ogni minimo dettaglio.

Da sottolineare in particolar modo anche le prove di Joe Mantello, un altro fedelissimo di Murphy, attore e regista che qui interpreta l’altro produttore, Dick Samuels, di Holland Taylor (Ellen Kincaid) e della sempre meravigliosa Samara Weaving nel ruolo dell’aspirante attrice Claire Wood.

Non pensiate che una serie così commovente e allo stesso tempo politica debba necessariamente essere noiosa, perché Hollywood sa danzare al ritmo dello swing. I sette episodi che la compongono volano letteralmente, accompagnati da una colonna sonora allegra e frizzante. Ci si diverte molto e si esce dalla visione più ottimisti e fiduciosi. Sognare un mondo così è proprio quello che ci vuole in un momento così difficile per tutti noi; per Ryan Murphy questo è uno dei centri più azzeccati in una carriera già di per sé straordinaria e per Netflix è forse la prima produzione originale davvero memorabile del 2020. Applausi.

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