PASSATI DI QUA – omaggio al punk e a quel poco che (non) è rimasto.

SANDRO

«Siamo arrivati, siamo venuti e ce ne siamo andati», il punk celebra 40 anni, noi li omaggiamo così

foto Marco Mezzani – fashion editor Francesco Casarotto

Quando Leigs McNeil e Gillian McCain stampavano le fanzine ciclostilate e le portavano in giro per New York, gli anni 70 erano un inferno in cui vivere e la città un posto di affaristi bigotti e conservatori pro esercito. Sulla testata di questo “foglio” c’era scritto “punk”, un termine che a pronunciarlo sembra uno sputo e che stava a significare qualcosa di vicino allo sputo. Nell’accezione in particolare punk significa qualcosa tipo “scrauso”. Era l’unico aggettivo che per McNeil potesse riassumere una intera generazione di artisti, libertini, innovatori, frocetti, gente che cercava uno sballo, visionari, anticonformisti e stramboidi vari.

In poche parole una gamma umana che va da Patti Smith a Iggy Pop agli sconosciuti e che diceva a pieni polmoni: fanculo la vecchia guardia, fanculo la loro noia borghese, ora ci siamo noi e vogliamo godere. Ed erano strambi, vestiti male, capelloni, sporchi, con un sound distortissimo e le facce tinte.
Questo erano i punk. Dei puri. Gente che non sapeva cosa fosse il punk, o meglio quello che non c’entra niente con quello che sarebbe diventato di li a poco: un regno di stereotipi per nicchie di fattoni coi giubbotti di pelle e le creste. In un’intervista, Johnny Rotten dei Sex Pistols, dice sconsolato: «già la prima volta che vidi arrivare tutti quei ragazzini col le creste colorate e i giubbotti di pelle, capii che il punk era finito. Punk significava essere liberi e loro invece erano tutti uguali». Non è una dichiarazione di George Bush, è di quello che cantava Anarchy in the U.K.
Comunque, la spinta vitale nata nei sobborghi di New York negli anni 70 è quella che ha generato una rottura visiva, estetica che poi ha preso derive planetarie. Partendo dai quartieri periferici di NY è stata esportata in Inghilterra e in Europa dove ha attecchito ed è proliferata con vita propria, poi è entrata nel mondo della moda grazie a Malcom McLaren e Vivienne Westwood, e ancora prima aveva cambiato il “suono” della nostra epoca con i Velvet Undergound, i Ramones etc… Bene. Benissimo ma quel punk ormai è un cimelio da museo.

Il punk è qualcosa che va celebrato perché ha avuto delle vette creative stupende. È come guardare al dadaismo, al futurismo, al bauhaus. Però quel punk è roba da museo. È valido ed è puro perché è il risultato dello sforzo creativo che stato portato avanti da persone che erano pronte ad essere prese a pesci in faccia. Lo storico locale CBGB (oggi riaperto come negozio di abbigliamento da uomo) è nato perché nessuno voleva quegli sfigatelli a suonare in mezzo alle palle e allora che se ne stessero rintanati. Tutta l’arte che nasce da questo tipo di sofferenza è potentissima.

Il punk come tutti i grandi movimenti culturali nella storia del pensiero è nato da un’esigenza vitale per la società: quella di saper fare autocritica, di cercare risposte al proprio tempo. Noi oggi viviamo in un’era che gli studiosi stessi martorizzano in primis. Generazione x, social, Oliviero Toscani che dice che i giovani non hanno le palle. Se i punk esistessero oggi se la prenderebbero con le webstar, con i grandi brand, con l’economia, ma in parte questo succede.

Il fatto è che il nostro tempo è sotto l’insegna dell’individualità, non ci sono più i grandi movimenti, non c’è più fiducia in un cambiamento di massa. Diciamo che ques’epoca di terrorismo, di occidente povero, di paura ha un paio di generazioni che sono cresciute sotto l’insegna di una solitudine collettiva, in cui c’è quasi sfiducia in tutto ciò che è corporativismo. Ma va bene così, un giorno arriverà un messia e guiderà tutti gli ultimi alla ribalta. Diciamo che ci sono tante realtà oggi che per spirito e per ideali sono vicine al punk di un tempo. Di certo non sono nella musica, nell’arte, nella cultura, campi saturi di professionisti iperqualificati e spesso noiosi che parlano sempre di più tra di loro.

Oggi è punk il ragazzino che si inventa un sito  sputtana il governo americano, o il tuo vicino di casa che fa il metalmeccanico e la notte scrive romanzi porno noir. Oggi più che mai è necessario celebrare questi 40 anni con un lumino acceso come si fa per i morti, con rispetto,  perché siano di ispirazione ai vivi per trovare il ruggito e il coraggio di dire al mondo che anche la nostra generazione è passata di qua.

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models MATTIA PARDINI @ILOVE e AMY BETH @BOOM
make up CHIARA GUIZZETTI @GREENAPPLEITALIA
hair MANUELE MAMELI @MKSMILANO using BUMBLEANDBUMBLE

thanks to MACAO per l’ospitalità

 

 

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