Ho preso una Mobike per andare a lavoro

Sono due giorni che ormai non si parla d’altro. A Milano è arrivato Mobike, il bike sharing a flusso libero, o free floating. Ma che significa? cosa cambia da BikeMi? La parola mi piace, mi ricorda anche il nome di un gruppo che mi piace molto, a quanto pare la novità sta nel fatto che le bici sono libere, non sono legate a delle postazioni, le puoi lasciare ovunque tu voglia, basta chiudere manualmente il lucchetto. Così mentre facevo colazione ho guardato il calendario: 1 settembre.
Sì, primo settembre. Ho sempre nutrito un certo fascino in questo giorno (e credo di non essere l’unica, vista la moltitudine di canzoni dedicate a questo mese) per i buoni propositi, l’entusiasmo e l’odore delle matite nuove.

Così che un primo settembre rispettabile inizia con: devo mangiare sano, devo fare la spesa, devo iniziare un libro impegnativo, non devo posticipare gli impegni, devo distrarmi di meno, devo dedicarmi a qualcosa di artisticamente attivo, devo fare più attività fisica.


Arrivata “all’attività fisica” prendo il telefono esco da Instagram e scarico Mo bike, in pochissime mosse sono già iscritta.
Noto che ci sono dei particolari che non mi tornano, tipo i metodi di pagamento. Ho capito che il deposito versato è di 1 euro, poi parla di punti bonus, ma mi sembra non capirci niente. Ignoro i miei dubbi e apro la mappa, prendo lo zaino e prenoto la bici più vicina, esattamente come mi capita di fare con il car shearing.
Arrivata davanti alla bici scannerizzo il QR code e salgo a bordo. La bici è figa,  moderna nel design, non ha la catena, ha un comodo cestino dove metto lo zaino. Pedalo e pedalo ma sembro spostarmi di poco, non sembra prendere il ritmo della pedalata, la trovo pesante.

Nonostante la fatica, il tragitto sembra piacevole, mi sento un po’ in Olanda fino a quando qualche milanese imbruttito tenta di tagliarmi la strada, ma nulla di grave, un paio di bestemmie e torna tutto come prima.
Presupponendo che non sono una sportiva, ho impiegato mezz’ora per fare 4 km. Esattamente i km che separano casa mia dall’ufficio in cui lavoro. Mentre ero ferma al semaforo una signora mi chiedeva info sul funzionamento, sembrava molto entusiasta e vedendomi molto affaticata mi dice “ma non può essere più pesante di quelle gialle, le altre che ha messo il comune… quelle sì che sono davvero faticose”. Al semaforo successivo un altro signore svapava profondamente, inizia a fare una serie di osservazioni tecniche che non avevo minimamente considerato, tipo “ma pensa te, ha perfino i freni a disco”.

Sono vicina all’arrivo e mi godo la discesetta dei Navigli in uno stato di strana pace. Arrivo in ufficio interamente inzuppata. Stanca, soddisfatta e felice, accendo il computer con un sorrisetto un po’ demenziale. E penso. Penso che improvvisare tragitti nuovi, scambiarsi sguardi con un altro passante in bici, superare i limiti fra città e movimento, non mettersi sulla destra in fila sulla scala mobile, aver bruciato 291 Kcal, non guardare attraverso i fori dei pannelli pubblicitari dai tram, non avere in mano l’iPhone, aver evitato 480 emissioni di carbonio, beh.. penso sia una gran figata.

 

More from Francesca Petroni

Luca Font: il mio lavoro? Un almanacco del giorno dopo

“Scegli una passione e falla diventare il tuo lavoro” Artisti, artigiani, fotografi,...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quindici − 13 =