Assonanze Pop

Il designer cremonese Giulio Iacchetti racconta le ispirazioni dei suoi ultimi progetti e come spesso i vincoli iniziali stimolino la creatività.

Intervista di Marco Magalini.

Milano Giulio Iacchetti, industrial designer, progetta per diversi marchi, tra cui Alessi, Danese, Elica, Foscarini, Globo Ceramiche, Jannelli&Volpi, Hastens, Magis, Meritalia, Moleskine, Pandora design. Da sempre attento all’evoluzione del rapporto tra realtà artigiana e design, nel novembre 2012 lancia Internoitaliano, la “fabbrica diffusa” fatta di tanti laboratori artigiani con i quali firma e produce arredi e complementi ispirati al fare e al modo di abitare italiani.

Ho letto un passaggio della sua riflessione sul concetto di libertà. Quali sono i limiti alla libertà di un designer?
Mi è stato chiesto di definire il termine “libertà” per una pubblicazione legata a Foscarini, azienda con cui collaboro. Ho affrontato il compito con una buona dose di leggerezza e di ironia, ma i fondamentali ci sono: potrei riassumere così: libertà è non accettare limiti, ma darsi dei limiti, come dire che credo in un’autoregolazione più che nell’accettazione di imposizioni esterne. Questo vale anche nel progetto: sono convinto che senza limiti non può esistere. Sono i limiti (dati dal materiale, dalla sua tecnologia di lavorazione, dal tipo di azienda con cui si lavora, dalle richieste del mercato, dai costi suggeriti per rispettare un target price, ecc) che forniscono indicazioni preziose per sviluppare il progetto.

Il design nel suo significato più puro è un progetto nato per essere ripetuto in serie. Internoitaliano nasce invece dal fare artigiano lontano dalla ripetitività dell’industria. qual è stata l’esigenza alla base del progetto? Qual è il suo rapporto con l’artigianalità?
Internoitaliano è il nome di una nostra produzione che combina il design con una compagine di eccellenti artigiani italiani. Il rapporto è paritetico in quanto riconosciamo al saper fare artigiano il medesimo peso, nell’economia di generazione del prodotto, espressa dal designer che firma il progetto. Internoitaliano è la conseguenza del fatto che è ormai consolidato che le grandi tirature non esistono più, perlomeno nel mondo del mobile in legno. Ecco allora che il bisogno di trasformare un apparente limite (i bassi volumi di produzione) si trasforma in una opportunità, ovvero disegnare e realizzare oggetti dove la capacità artigiana viene esaltata da alcuni passaggi che nessuna macchina utensile potrebbe risolvere; dove il materiale utilizzato è genuino; dove il dialogo tra artigiano e progettista vive una stagione nuova, basata sulla comprensione e sul rispetto dei diversi ruoli.

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Lo sgabello Temù per Internoitaliano

Qual è il progetto in cui ha espresso il meglio di sé?
In questo momento lo sgabello Temù per Internoitaliano presentato al Salone. In quell’oggetto c’è una buona combinazione di ironia, di innovazione e di eleganza. Viene voglia di provarlo e a dispetto di quello che si potrebbe pensare è sorprendentemente comodo!

Quali sono le immagini che la ispirano e come nasce un progetto di design nel suo studio?
La matita è imbattibile in termini di velocità e di resa, almeno nella fase iniziale, a volte parto anche dalla realizzazione di un modello in legno… Ogni progetto ha la sua storia ed un suo modo per raccontarsi…alla fine i mezzi per rappresentare un concept sono tutti buoni e utili nella misura in cui riescono ad aiutarmi a spiegare l’idea ai miei interlocutori.

Di recente ha curato la mostra ‘Razione K’, circa il cibo dei soldati al fronte. In che modo un tema così specifico ha incuriosito la sua mente?
Ho scritto nella prefazione del catalogo della mostra “Razione K” che i progetti didatticamente più interessanti li possiamo trovare nel repertorio degli strumenti chirurgici, nelle attrezzature per l’alpinismo professionale, e nelle dotazioni militari. Situazioni estreme dove la salvaguardia della vita è di primaria importanza, ambiti dove la funzione d’uso è pressoché tutto. Non deve sorprendere che questi oggetti, a motivo di questo rigore, sono incondizionatamente belli. Anche le razioni alimentari ad uso militare sono un progetto mirabile in termini di riduzione degli ingombri, di leggerezza, di progetto grafico (minimale).

Al salone ha presentato dei vasi per Danese realizzati in vetro di murano. Come si è sviluppato questo progetto?
Nel modo più insolito possibile: Carlotta de Bevilacqua, l’AD di Danese, ha chiesto, non più tardi di venti giorni fa ad una selezione di designer amici della Danese, di disegnare dei vasi che sarebbero stati realizzati a Murano. Le ho consegnato un disegno fatto a mano, che è stato girato al maestro soffiatore ed ora credo che li vedrò per la prima volta nello stand Artemide/Danese in fiera.

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Ha disegnato uno skate a forma di biscotto, a chi ha pensato in fase di progettazione?
Mi piace incrociare storie e lavorare per assonanze. Lo skate nasce in America e, nella sua forma classica, mi ha sempre fatto pensare alla sagoma dell’italico biscotto dedicato ai bambini. è un atteggiamento pop che ho già adottato con il puff “Bard” (ispirato al dissuasore a forma di panettone tipico di Milano) o con le sagome dei surf presentate l’anno scorso ispirate alla sagoma dello squalo, dell’orca e del delfino…

Summit è il nuovo divano che ha disegnato per Casamania. lo definisce un ‘facilitatore di dialoghi’ tra le persone che vi si accomodano. In che senso? Come fare dell’innovazione in un arredo così inflazionato?
Non è strano il fatto che definiamo “mobili” oggetti che fondamentalmente sono “immobili”? Con Summit invece il divano diventa non solo mobile, ma è possibile spezzare la sua congenita linearità per permettere a due persone, che vi stanno accomodate, di potersi parlare guardandosi negli occhi..di più non dico perché è giusto vederlo e provarlo in anteprima presso lo stand di Casamania in fiera a Rho.

Ha disegnato il secchio oke per Hands On Design, realizzato da un artigiano giapponese. Mi incuriosisce questo: come è stato per un designer italiano, lavorare con un artisan straniero?
Esiste un esperanto che permette di parlare con tutti gli artigiani del mondo, è un linguaggio universale che si fonda sul rispetto reciproco delle capacità, sulla conoscenza del materiale che viene utilizzato e delle tecnologie, più o meno basiche, che vengono implementate. L’artigiano giapponese in questione, realizza da sempre gli Oke, che sono dei secchi tradizionali costituiti da un certo numero di doghe in legno, utilizzati per la pulizia personale. (con questi piccoli secchi ci si versa dell’acqua in testa per lavarsi e pulirsi prima di accedere alla vasca da bagno, ndr). Il mio oke considera e rispetta la costruzione tradizionale, ma apporta una piccola miglioria nel disegno del manico che, quando non in uso, si adagia perfettamente sul bordo del secchio integrandosi nel volume tronco-conico…

La seguo sui social e mi ha fatto sorridere la sua recente ‘campagna’ contro la cattiva grafica, la non-funzionalità, il non-design, etc. Come è nata? Dopo qualche tempo che la conduce, a quali conclusioni è arrivato?
Penso che sia un dovere stigmatizzare la poca considerazione che l’Ente Pubblico, nelle sue varie espressioni, dedica al progetto grafico e al design in generale. La sciatteria, un totale disinteresse per la materia e la casualità delle scelte sono in genere i fondamentali dei nostri politici quando si tratta di individuare un logo, scegliere una panchina per l’arredo urbano o organizzare la comunicazione visiva di eventi, ecc ecc. Paradigmatici sono i loghi dei partiti stessi: un’accozzaglia di simboli, colori, scritte che sono un’offesa per gli occhi. Andrò avanti in queste mie sottolineature (noterai che non aggiungo commenti ai miei post) perché l’educazione al progetto inizia marcando le differenze tra ciò che è buono, corretto e originale e ciò che invece suona come un’offesa per un Paese che pone il culto della bellezza tra le sue più importanti risorse.

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